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da sapere

Sono del tutto errate le attribuzioni a Michelangelo o a Giulio Romano o ad altri. L’attuale forma basilicale a croce latina fu disegnata da Guidetto Guidetti (Firenze forse fine ‘400-Roma 1564) , uno dei più brillanti allievi di Michelangelo (il che potrebbe aver causato la confusione tra discepolo e maestro). 

Errata anche l’attribuzione della facciata a Martino Longhi il Vecchio, ormai riconosciuta invece come opera cinquecentesca del Vignola (Jacopo Barozzi) e portata poi a termine da Francesco Capriani da Volterra, detto “il Volterra” (da non confondersi con Daniele da Volterra, detto “il Braghettone”, quello che mise le mutande ai nudi della Cappella Sistina). La costruzione iniziò già sul finire del Quattrocento ma per motivi economici l’impresa subì diversi arresti e riprese, fino ad essere infine terminata nella seconda metà del Cinquecento.

la peculiarità

L’interno della Chiesa, a tre navate divise da pilastri, è ricco di pitture e marmi, ma la sua peculiare caratteristica è la profusione di stucchi bianchi e dorati che ornano le volte, la crociera e l’abside.

Nonostante negli stucchi si riscontri una certa pesantezza plastica, l’insieme risulta gentile e delicato e quasi non se n’avverte la diffusione in tutti gli angoli disponibili. Ciò si deve soprattutto perché, diversamente da quanto accade altrove, gli angeli non sono ritratti in atteggiamento statico bensì dinamico, quasi danzante.

Apparato Decorativo
ed Arredi Sacri

Il pavimento delle tre navate e di tre cappelle, in marmi bianchi e grigi, fu realizzato su disegno di Gabriele Valvassori e si configura come un elemento unificatore dell’intero impianto, anche se il cantiere procedette in modo prolungato e irregolare, dal 1747 al 1756. Secondo le fonti d’archivio, il Valvassori fu architetto di S. Maria dell’Orto tra il 1734 e il 1758, dopo la lunga presenza di Luigi Barattone, che contribuì in modo determinante a conferire alla chiesa la sua attuale veste decorativa. Nelle navate laterali, sono stati collocati i due confessionali lignei, datati 1755, recanti sulla sommità una formella in bronzo raffigurante una mola sul Tevere, dono dell’Università de’ Giovani Molinari. Il progetto di questi due elementi è stato attribuito a Gabriele Valvassori per l’impianto generale della composizione: la posizione delle colonne, leggermente ruotate, che sorreggono un architrave interrotto e centinato, richiamano uno schema architettonico che è possibile ritrovare nella facciata dell’ospedale e nell’altare della seconda cappella della navata sinistra, dedicata a San Giovanni Battista.

Circa gli stucchi che decorano le volte della chiesa, un’antica leggenda tramandata oralmente – ma che per qualche tempo trovò ospitalità anche in alcune pubblicazioni – vuole che in tali sontuosi ornamenti fosse mescolato il primo oro venuto dall’America con Cristoforo Colombo. Nata probabilmente per la suggestione recata dal particolare anno di nascita della Confraternita (1492), la leggenda è in realtà destituita d’ogni possibile fondamento. Secondo una ben più autorevole tradizione, infatti, quell’oro dovrebbe decorare il soffitto a cassettoni di S. Maria Maggiore, ma anche in tal caso non esiste alcun documento che lo confermi. Tuttavia, in via puramente teorica, la leggenda riguardante S. Maria dell’Orto potrebbe avere qualche spunto di verità: si narra che quella lavorazione effettuata nella basilica esquilina abbia dato luogo a parecchi ritagli e scarti, tutti comunque gelosamente conservati, però è noto che quantità infinitesimali ne potevano essere donate – per devozione e a scopo simbolico – a chi ne facesse richiesta onde mescolarle a vernici, stucchi e quant’altro occorrente per la decorazione di altre chiese.

 

Gli elementI 

Il mobile in noce fu realizzato dagli ebanisti Eugenio e Giacomo Bacci, membri della Confraternita, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. I centododici stipetti, destinati a custodire gli oggetti personali dei confratelli, confermano quanto un tempo gli iscritti al Sodalizio fossero numerosi. Il soffitto è ricoperto da riquadri con iscrizioni policrome – che vanno dalla metà del Cinquecento a circa tutto il Seicento – che ricordano lasciti e donazioni per la celebrazione di SS. Messe di suffragio.

Luogo di preghiera e di adunanza dell’Arciconfraternita, fu terminato nel 1563, come del resto documenta l’iscrizione presente sull’architrave che sormonta l’accesso per chi proviene dal cortile del complesso architettonico. Il locale fu decorato con stucchi tra il 1702 e il 1706; i dipinti sono attribuiti alcuni a Giovanni Odazzi, altri a Tommaso Cardani. Il 29 settembre 1851, l’oratorio fu visitato da papa Pio IX, il quale – assiso su un tronetto – ammise i Confratelli al rituale omaggio dell’osculum pedum (bacio del piede); l’anno successivo – allorché l’ospedale confraternale fu espropriato dal Governo pontificio per ospitarvi parte della manifattura dei tabacchi – vi fu collocato l’altare, proveniente dalla corsia centrale dell’ex nosocomio del sodalizio e donato, nel 1568, dall’Università dei Garzoni dei Vermicellari.

L’ampio vano fu costruito intorno al 1560, allorché fu demolito il pilastro a sinistra dell’abside. L’ambiente è tipicamente settecentesco, a partire dagli imponenti armadi lignei, donati in parte dall’Università dei Padroni Molinari e in parte da quella dei Pollaroli. Sulla sommità di quest’ultimo guardaroba, è presente un superbo tacchino che fa la ruota con un’apertura alare di circa 150 cm., pregevole e singolare opera – anch’essa settecentesca – intagliata in un unico blocco ligneo. Alcune guide riportano, erroneamente, che il tacchino fu realizzato per festeggiare l’arrivo del primo tacchino dall’America (prima metà del ‘500). La fontana posta nell’angolo fu donata dall’Università dei Pizzicaroli e reca l’indicazione dell’anno giubilare 1700, il che fa supporre che sia opera del Barattone, a quel tempo architetto di S. Maria dell’Orto. La volta, ornata con vari elementi decorativi monocromi, reca al centro una Immacolata – molto rimaneggiata – attribuita ad un artista anonimo ispiratosi al Baglione.

 


Disegno di Giacomo della Porta. Vi si venera l’immagine di S. Maria dell’Orto risalente a circa la metà del Quattrocento. La sacra icona fu distaccata con tutta la porzione muraria dal suo sito originario, dove viene ricordato da una epigrafe, e nel 1556 sull’altare maggiore, ma fu solo nel 1860 che essa venne traslata sulla tela ovale di circa cm. 120×150 custodita nella nicchia absidale. Lo straordinario magnetismo dell’immagine è dovuto principalmente all’incredibile colore degli occhi, dipinti con sfumature di celeste, di verde e di grigio. Nei primissimi anni del 1500 risulta che l’immagine subì un primo restauro da parte di Antoniazzo Romano o suo allievo ma ne seguirono molti altri, l’ultimo nel 1978. 

Alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, una serie di sconsiderati interventi realizzati nelle vicinanze della chiesa finirono per alterare gravemente il solido assetto statico originario della costruzione, fino a determinare dei dissesti tali da mettere in forse la sua stessa sopravvivenza. In particolare, lo sbancamento lungo gran parte del perimetro esterno della costruzione per l’ampliamento del retrostante fabbricato della Direzione dei Monopoli di Stato determinò una serie di lesioni e dissesti che investirono tutta la chiesa, dalle strutture murarie fino alle volte ed al ricco apparato decorativo. L’Arciconfraternita – proprietaria del sacro edificio ma spogliata del proprio consistente patrimonio in seguito alle confische governative succedute dopo il 1870 – per risolvere questi gravi ed urgenti problemi si rivolse al Ministero per i Beni Culturali che, con propri finanziamenti e attraverso la Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Roma, a partire dal 1984 attuò una serie di interventi di consolidamento e restauro che hanno scongiurato i rischi più gravi per il monumento ed  anche in parte restituito alla chiesa la sua fulgida immagine originaria.

I lavori realizzati – oltre che letteralmente salvare da distruzione certa l’intero fabbricato – hanno anche permesso la riapertura della chiesa al culto, oltre che ai numerosi visitatori e turisti. Attualmente, però, con l’interruzione dei finanziamenti verificatasi dopo l’ultimo lotto di lavori, realizzati nel 1999 grazie ai fondi del Giubileo 2000, è ancora necessario completare l’opera già avviata per il recupero totale della chiesa, il quale richiederebbe diversi milioni di euro.

Per informazioni sulle visite guidate della chiesa si prega rivolgersi al numero 3385675366